Gli adolescenti vanno lasciati liberi di sbagliare? Fabio Cavallari è scrittore, giornalista e saggista, autore di oltre trenta libri. Una parte del suo lavoro nasce dall’incontro diretto con persone e situazioni di fragilità e attraversa i temi della cura, della relazione, dell’educazione e della responsabilità. Si è interrogato sul rapporto fra adolescenti e adulti, chiedendosi se una società che moltiplica gli strumenti di controllo sui ragazzi non rischi, paradossalmente, di renderli meno autonomi. Al centro della riflessione ci sono il registro elettronico, la comunicazione immediata tra scuola e famiglia e lo spazio concesso agli studenti per sbagliare e risponderne. Lo abbiamo intervistato su questo tema attuale e che interessa tutti.
Errore, rischio e responsabilità: il ruolo di genitori e insegnant
Il punto di partenza di Cavallari è la distinzione tra rischio e pericolo. Secondo lo scrittore, gli adulti hanno esteso il secondo concetto fino a farvi rientrare un brutto voto, una nota o una mattina di scuola saltata. Il registro elettronico e le comunicazioni in tempo reale con le famiglie, pur utili, finiscono così per spostare la responsabilità dallo studente agli adulti. Nelle prime due risposte l’autore spiega perché la facoltà di sbagliare e di risponderne è una condizione dell’educazione all’autonomia, e quale compito spetta all’insegnante in una scuola sempre più attenta al controllo.
Responsabilizzare i ragazzi: come si può, secondo lei, lasciare ad un adolescente lo spazio per sbagliare senza trasformare l’errore in un rischio che l’adulto non è disposto ad accettare?
“Credo che il primo passo sia distinguere il rischio dal pericolo. Nessuno può pensare che educare significhi lasciare un adolescente solo davanti a un pericolo grave. Ma noi adulti abbiamo progressivamente allargato la categoria del pericolo fino a comprendervi quasi tutto ciò che può andare storto nella vita di un ragazzo: un brutto voto, una nota, una bugia, un autobus perso, un’amicizia sbagliata, una scelta stupida, persino una mattina di scuola marinata.
Ho utilizzato provocatoriamente proprio l’esempio del marinare la scuola. Non perché fosse una cosa buona, ma perché conteneva qualcosa che abbiamo quasi cancellato: il rapporto fra una decisione e le sue conseguenze. La responsabilità è stata trasferita in capo alla famiglia quando doveva rimanere nelle facoltà dell’alunno. Marinare la scuola, tra l’altro, non era quasi mai un gesto solitario, ma un’esperienza di gruppo. Permetteva una socializzazione dentro una pratica “segreta”. Il giovane prima compiva il gesto irresponsabile di tradire la fiducia della famiglia, poi inevitabilmente quella della scuola. Era un errore, certamente, ma togliere la facoltà di sbagliare non è un gesto educativo, è un controllo.
E il controllo produce un paradosso. Impedisce o rende più difficile la trasgressione, ma nello stesso tempo sottrae al ragazzo la responsabilità di decidere se trasgredire e, soprattutto, di rispondere successivamente di ciò che ha fatto. Se mia madre viene informata in tempo reale che non sono entrato a scuola, una parte decisiva di quella vicenda non riguarda più me. Diventa immediatamente una questione fra adulti, fra la scuola e la famiglia. La responsabilità viene trasferita proprio mentre crediamo di stare responsabilizzando.
Non sto rimpiangendo un tempo nel quale si poteva marinare la scuola indisturbati, né sostenendo che il registro elettronico debba essere abolito. Sto ponendo una questione educativa più profonda. Una società può costruire strumenti sempre più efficaci per impedire ai ragazzi di sbagliare, ma non può poi stupirsi se quegli stessi ragazzi faticano a misurarsi con le conseguenze delle proprie scelte.
Perché la responsabilità non nasce dall’impossibilità di compiere un errore. Nasce quando posso compierlo, so che non dovrei farlo, scelgo ugualmente di farlo e, prima o poi, sono chiamato a risponderne. È precisamente quello spazio, scomodo per noi adulti, che oggi rischiamo di cancellare. E senza quello spazio possiamo forse avere ragazzi più controllati, ma non necessariamente ragazzi più responsabili.”
Quale dovrebbe essere il ruolo degli insegnanti nell’educare alla responsabilità e all’autonomia, soprattutto in una scuola sempre più orientata al controllo delle presenze, dei comportamenti e delle comunicazioni con le famiglie?
“Credo che il primo compito dell’insegnante sia restituire allo studente la titolarità della propria esperienza scolastica. Sembra un’affermazione ovvia, ma non lo è più tanto. Se un ragazzo non studia, prende un brutto voto, arriva tardi o non fa un compito, il primo interlocutore dovrebbe essere lui. Sempre più spesso, invece, l’informazione raggiunge contemporaneamente, quando non immediatamente, la famiglia. In questo modo rischiamo di costruire un triangolo permanente nel quale scuola e genitori comunicano intorno allo studente e proprio lui finisce per essere il soggetto meno responsabile di ciò che gli accade.
Naturalmente non sto sostenendo che scuola e famiglia non debbano comunicare. Sarebbe assurdo. Mi domando però se debbano comunicare sempre, immediatamente e su tutto. Anche il tempo che intercorre fra un gesto e il momento in cui bisogna renderne conto possiede un valore educativo. È il tempo nel quale posso interrogarmi su ciò che ho fatto, posso avere paura delle conseguenze, decidere se raccontarlo, persino tentare di nasconderlo e poi essere scoperto. Sono esperienze anche queste, non necessariamente edificanti, attraverso le quali impariamo che le nostre azioni hanno un peso.
Un insegnante educa alla responsabilità quando considera il ragazzo abbastanza adulto da rivolgersi innanzitutto a lui. “Hai fatto questo. Adesso che cosa pensi di fare?“. Dentro una domanda simile c’è molta più fiducia che dentro cento dispositivi di controllo.”
Protezione e iperprotezione: dove passa il confine
Il confine tra protezione e iperprotezione non ha una formula valida per tutti, secondo Cavallari. Dipende da età, persona, circostanze e gravità del rischio. La tecnologia ha reso possibile sapere in ogni momento dove sono i ragazzi e che voti prendono, ma ciò che è tecnicamente possibile non è sempre educativamente utile. Nelle due risposte che seguono l’autore indica la domanda da porsi prima di intervenire e i segnali che permettono a genitori e insegnanti di riconoscere quando il controllo ha preso il posto dell’autonomia.
Qual è il confine tra una protezione necessaria e un atteggiamento iperprotettivo che impedisce all’adolescente di sviluppare autonomia?
“Non credo esista una formula capace di stabilire quel confine una volta per tutte. Dipende dall’età, dalla persona, dalle circostanze e naturalmente dalla gravità del rischio. Ma forse possiamo porci una domanda: sto intervenendo perché mio figlio corre un pericolo reale oppure perché io non riesco a sopportare l’idea che possa sbagliare?
Noi adulti abbiamo progressivamente confuso la protezione con la rimozione dell’imprevisto. Vogliamo sapere dove sono i ragazzi, con chi sono, che cosa fanno, quando arrivano, quando escono da scuola, che voto hanno preso. La tecnologia ci ha consegnato possibilità di controllo che i nostri genitori non avrebbero neppure immaginato. Ma il fatto che qualcosa sia tecnicamente possibile non significa necessariamente che sia educativamente desiderabile.
Un adolescente ha bisogno anche di una porzione di vita che non sia immediatamente accessibile agli adulti. Non parlo di abbandonarlo o di disinteressarsi a ciò che fa. Parlo della possibilità di avere un segreto, di affrontare un piccolo imprevisto, di risolvere un conflitto senza che intervenga immediatamente un genitore. Persino di raccontare a casa una giornata scegliendo lui che cosa raccontare, invece di trovarsi davanti un adulto che conosce già voti, assenze, ritardi e magari persino dove si trova.
L’autonomia comincia anche da una parte di mondo che un ragazzo può dire «mia». Se noi adulti entriamo ovunque, rischiamo di non lasciargli più un luogo nel quale possa esercitarla.”
Quali segnali possono aiutare un genitore o un insegnante a capire di aver superato quel confine?
“Ne vedo uno molto concreto. Quando davanti a una difficoltà il ragazzo non si domanda più “come faccio?”, ma “chi chiamo?”. Se ogni problema ha sempre trovato un adulto pronto a intervenire, è perfettamente razionale che continui a cercarlo.
Pensiamo a quante volte accade nelle cose più piccole. Una discussione con un compagno diventa una questione fra genitori, una difficoltà scolastica produce immediatamente una richiesta di colloquio, un’insufficienza viene discussa prima dall’adulto che dal ragazzo. Non voglio generalizzare, perché esistono situazioni nelle quali l’intervento è indispensabile. Ma dovremmo almeno domandarci ogni volta chi possiede il problema. Se appartiene al ragazzo ed è alla sua portata, risolverlo al posto suo significa privarlo di un’esperienza.
C’è poi un secondo segnale che riguarda noi adulti: la nostra ansia. Quando non sopportiamo di non sapere, sentiamo la necessità di controllare continuamente, viviamo un piccolo insuccesso di nostro figlio quasi come un nostro insuccesso, forse dovremmo chiederci se stiamo ancora proteggendo lui oppure rassicurando noi stessi.
Imparare dall’errore e cosa fare da domani mattina
L’ultima parte dell’intervista riguarda ciò che accade quando un ragazzo affronta una bocciatura, un insuccesso o una scelta sbagliata. Cavallari prende le distanze dalla retorica del “sbagliare è bello” e propone un’idea diversa di educazione all’errore: l’errore riguarda un gesto, non l’identità di chi lo compie. L’intervista si chiude con un’indicazione pratica per insegnanti e genitori, applicabile già dal giorno dopo, per accompagnare i ragazzi verso l’età adulta senza sostituirsi a loro.
Quanto incide, secondo lei, una società che tende a proteggere i ragazzi dall’errore sulla loro capacità di affrontare una bocciatura, un insuccesso, un conflitto o una scelta sbagliata? E come si può insegnare loro a considerare l’errore come parte della crescita?
“Incide molto, perché rischiamo di consegnare ai ragazzi un’idea irreale dell’esistenza. La vita adulta non prevede il registro elettronico dell’esistenza, qualcuno che ci avvisi prima dell’errore o un genitore che possa telefonare per correggerne le conseguenze. Si perde un lavoro, finisce un amore, si viene rifiutati, si prende una decisione sbagliata. Non tutto è rimediabile e non tutto si trasforma magicamente in un’opportunità.
Per questo non amo neppure la retorica secondo cui “sbagliare è bello” o “ogni fallimento ti rende più forte“. Non è vero. Ci sono errori che fanno male e sconfitte dalle quali usciamo più fragili. Educare all’errore significa qualcosa di diverso: insegnare che ciò che ci è accaduto non coincide definitivamente con ciò che siamo.
Un ragazzo deve poter prendere quattro senza diventare “quello che non capisce niente”, essere lasciato dalla fidanzata senza diventare “quello che nessuno amerà”, essere bocciato senza essere un fallito. L’errore riguarda un gesto, una scelta, una prova. Quando invece lo trasformiamo in un’identità, allora diventa insopportabile.
Forse il compito dell’adulto è stare accanto al ragazzo senza cancellare l’accaduto. Non dire subito «non importa», perché magari per lui importa moltissimo. Non correre a eliminare la conseguenza. Rimanere lì e aiutarlo a scoprire che si può attraversare una sconfitta senza esserne definiti per sempre.”
Che cosa possono fare domani mattina un insegnante e un genitore per educare un ragazzo a diventare adulto, senza sostituirsi a lui?
“Una cosa molto semplice e, proprio per questo, difficilissima: aspettare qualche minuto in più prima di intervenire.
Quando un ragazzo porta un problema, invece di offrirgli immediatamente una soluzione, chiedergli “tu che cosa pensi di fare?”. Se dimentica qualcosa, non precipitarsi sempre a portarglielo; di fronte a un litigio, evitare di telefonare subito all’altro genitore; davanti a un brutto voto, chiedergli prima che cosa è successo e che cosa intende fare, invece di aprire il registro elettronico alla ricerca di una spiegazione.
Non significa voltarsi dall’altra parte. Al contrario, significa esserci in una maniera forse più esigente. Sostituirsi, qualche volta, è persino più facile che accompagnare. Accompagnare significa restare abbastanza vicini perché un ragazzo sappia che, se cadrà davvero, troverà qualcuno; ma anche abbastanza lontani perché possa scoprire di essere capace di non cadere oppure di rialzarsi da solo.
Noi adulti siamo spesso ossessionati dalla domanda su come proteggere i ragazzi. Forse dovremmo aggiungerne un’altra: che cosa dobbiamo smettere di fare perché possano crescere?
Perché diventare adulti non significa arrivare al punto in cui non si sbaglia più. Significa arrivare al punto in cui dei propri errori si comincia a rispondere in prima persona.”