Paolo Crepet si è espresso con parole dure, di quelle che fanno discutere, parlando di una generazione di “bulli fannulloni” e lo fa commentando l’indagine su alcuni giovani perquisiti in diverse zone d’Italia. Letta in fretta, la frase sembra una condanna dei ragazzi. Se la si legge con calma, il bersaglio principale è un altro, cioè il mondo adulto e il modo in cui famiglie e società riescono a educare. Per chi lavora a scuola e per i genitori, il tema è delicato e molto attuale.

Crepet e i “bulli fannulloni”: da dove nasce la polemica

Tutto parte dal caso dei 17 giovani perquisiti, 14 dei quali minorenni, nell’ambito di un’indagine su ambienti online suprematisti e neonazisti. Secondo gli investigatori, in alcune chat sarebbero circolati contenuti razzisti, simboli neonazisti, manuali e riferimenti ad azioni violente. Trattandosi di un’indagine, siamo davanti a ipotesi da verificare e non a condanne, ed è bene ricordarlo, anche perché coinvolge dei minori. Commentando la vicenda, Crepet ha detto che si sta crescendo una generazione di “bulli fannulloni” che tirano avanti sperando in un’eredità dei nonni. È una provocazione e come tale va letta, ma il punto non è dare un giudizio su tutti i giovani, bensì interrogare gli adulti sul clima educativo in cui questi ragazzi crescono.

Il ruolo degli adulti: limiti, fatica e responsabilità

Secondo Crepet, una parte del mondo adulto è spesso distratta e assorbita dagli stessi schermi e social che poi rimprovera ai più giovani. Quando mancano limiti chiari e figure credibili a cui guardare, altri spazi rischiano di occupare quel vuoto. Da qui il senso più ampio della sua frase. Non riguarda solo la pigrizia o la prepotenza, ma il rischio di crescere senza sentirsi chiamati a costruire qualcosa con le proprie mani. Se la fatica viene sempre evitata e c’è sempre qualcuno pronto a risolvere ogni problema, si perde il contatto con parole come autonomia, responsabilità e limite. In quel vuoto, spiega lo psichiatra, possono trovare terreno fertile modelli più aggressivi.

Educare al rispetto: quando l’appartenenza diventa una scorciatoia

L’analisi di Crepet non si ferma all’indagine. Per lui questi episodi non nascono nel vuoto, ma dentro un clima sociale in cui odio, sopraffazione e disprezzo del diverso rischiano di farsi più visibili e, a volte, di essere normalizzati. I social media amplificano il fenomeno, perché rendono facile trovare gruppi in cui ci si riconosce e dove le idee diventano via via più radicali. Il bisogno di appartenenza, tipico dell’adolescenza, può così trasformarsi in una scorciatoia identitaria.

Quando mancano strumenti culturali solidi, aderire a un simbolo o a uno slogan può sembrare più semplice che misurarsi con la complessità del mondo reale. Per questo, secondo Crepet, la risposta non può arrivare solo dopo, con punizioni e indignazione. Bisogna educare prima, offrendo ai ragazzi modelli credibili e alternative valide all’odio. Le parole che indica sono l’opposto di quelle delle chat estremiste: rispetto, bellezza, gioia, fiducia e accettazione del diverso.

Cosa possono fare scuola e famiglie: spunti per docenti e genitori

A scuola e a casa si può cominciare dal parlare apertamente di odio online, senza aspettare che scoppi un caso, aiutando i ragazzi a riconoscere linguaggi violenti, simboli e meccanismi di manipolazione. Aiuta anche dare ai più giovani piccole responsabilità reali, dalla gestione di un compito di gruppo a un impegno in casa, così che l’autonomia si impari facendo. C’è poi il tema dell’esempio. Se chiediamo ai ragazzi di staccarsi dallo schermo, dobbiamo per primi mostrare come si usa lo smartphone senza farsi divorare. Docenti e genitori possono restare attenti a cambiamenti nel linguaggio, nelle amicizie o nei simboli che i ragazzi usano, e nella scuola è utile ricordare che esiste la figura del referente per bullismo e cyberbullismo, a cui rivolgersi in caso di dubbi. Gli errori da evitare sono due:

  • Il primo è etichettare un ragazzo dopo un singolo episodio;
    Il secondo è pensare che basti la sanzione.

Come ricorda Crepet, se chiediamo rispetto e responsabilità dobbiamo essere i primi a dimostrare che quei valori hanno ancora posto nella vita di tutti i giorni.