Dietro la definizione formale di inclusione scolastica si cela una realtà lavorativa caratterizzata da marcata precarietà, retribuzioni ridotte ed erosione delle garanzie contrattuali. Gli educatori affrontano quotidianamente un contesto penalizzante, in cui elevati titoli di studio e percorsi di specializzazione si scontrano con condizioni operative assimilate a un lavoro a cottimo. Gli enti committenti tendono frequentemente a considerare le esigenze degli studenti con disabilità come semplici capitoli di spesa da comprimere, mentre la frammentazione interna alla categoria contribuisce al mantenimento di un assetto che penalizza la dignità professionale del settore. Il dott. Roberto Coni, pedagogista specializzato in disturbi del neuro sviluppo, ha analizzato tali problematiche, sviluppando alcune riflessioni in merito.

Le responsabilità contrattuali e la mancanza di coesione della categoria: le criticità del CCNL delle Cooperative Sociali

Il Contratto Collettivo Nazionale del lavoro delle Cooperative Sociali rappresenta uno degli elementi di maggiore criticità per gli educatori scolastici, in quanto non assicura tutele adeguate e finisce per legittimare una condizione d’incertezza prolungata. A fronte di un bagaglio formativo che comprende lauree magistrali, master e specializzazioni, i lavoratori si trovano ad affrontare compensi insufficienti e ritmi di lavoro particolarmente gravosi. A queste condizioni si aggiungono i tagli lineari ai servizi stabiliti dagli enti committenti, che riducono gli interventi dedicati agli alunni con disabilità a mere voci di bilancio da ricalibrare al ribasso. Questo quadro ha generato un progressivo allontanamento di professionisti qualificati, determinando una vera e propria fuga dal settore.

La frammentazione interna tra rassegnazione e disaccordo deontologico

Un ulteriore ostacolo alla trasformazione del settore, precisa il dottor Coni, risiede nella scarsa compattezza manifestata dagli stessi lavoratori di fronte alle occasioni di mobilitazione collettiva. Il timore di perdere la retribuzione di una singola giornata di lavoro ha spesso inibito la partecipazione alle proteste, riducendo le contestazioni a sfoghi isolati e privi di incisività. All’interno dei plessi scolastici si registra inoltre una marcata distanza tra gli educatori che investono costantemente nell’aggiornamento pedagogico e coloro che riducono l’attività d’assistenza a un’occupazione meramente giovanile o di custodia, compromettendo l’immagine dell’intera categoria. Allo stesso tempo, il passaggio alla libera professione non costituisce una soluzione accessibile per la maggioranza dei lavoratori, data l’assenza di un ordine professionale di riferimento e i rischi economici legati al vuoto normativo.

La necessità di un’azione comune e il superamento del welfare a basso costo

Per interrompere questa dinamica, ha sottolineato il dott. Roberto Coni, occorre eliminare alla radice i modelli contrattuali penalizzanti e garantire la stabilità occupazionale dei lavoratori del settore. Le istituzioni politiche mantengono un atteggiamento passivo di fronte a un sistema di welfare mantenuto a costi contenuti, mentre la società e le istituzioni scolastiche mostrano spesso disinteresse per le condizioni operative presenti nelle aule. Il miglioramento delle tutele non potrà avvenire spontaneamente: senza l’avvio di una rete organizzata, il ricorso allo sciopero nei momenti opportuni e la difesa unitaria dei propri diritti, gli educatori continueranno a subire le penalizzazioni di un modello cooperativo che incide negativamente sia sui lavoratori sia sugli studenti.