Tra correzioni da finire, colloqui con le famiglie e giornate scandite da mille impegni, capita spesso di soffermarsi più su ciò che non va che su ciò che funziona. Questo modo di pensare, comune a docenti, personale ATA e studenti, ha un nome preciso in psicologia e non dipende dalla forza di volontà di ciascuno. Il nostro cervello, per ragioni evolutive, tende naturalmente a dare più peso ai pericoli e agli errori rispetto alle esperienze positive. Questo meccanismo, benché naturale, a volte si trasforma in una trappola mentale. Imparare a contrastarlo può aiutare a vivere con più equilibrio sia la vita scolastica sia quella privata.
Cos’è il pensiero negativo e come si manifesta ogni giorno
Frasi come “la riunione andrà male” o “avrei dovuto spiegare meglio quell’argomento” sono esempi comuni di quella che la psicologia chiama svalutazione degli aspetti positivi, unita in certi casi al cosiddetto pensiero controfattuale, cioè il rimuginare su ciò che sarebbe potuto andare diversamente. Si tratta della tendenza a concentrarsi su ciò che manca o sugli aspetti negativi di un’esperienza, mettendo in secondo piano ciò che invece è andato bene.
Quando questo modo di pensare prende il sopravvento, anche una lezione riuscita o un traguardo raggiunto insieme alla classe perdono valore agli occhi di chi li ha vissuti. I momenti positivi vengono ricordati poco, mentre un piccolo errore, magari una frase detta in modo infelice durante un colloquio, resta impresso molto più a lungo. Eppure la stessa giornata, spesso, potrebbe essere raccontata in modo totalmente diverso.
Perché il pensiero negativo può portare a cattive abitudini
Chi tende a leggere gli eventi con questa lente fatica a provare soddisfazione anche di fronte a esperienze positive e con il tempo può sviluppare valutazioni automatiche sempre più orientate al negativo. Questo atteggiamento, se protratto, può favorire anche comportamenti poco salutari. Ad esempio, c’è chi per alleviare stress o frustrazione ricorre al cibo, al fumo o ad altre abitudini che offrono sollievo solo momentaneo. Si crea così un circolo che si autoalimenta, in cui il malessere spinge verso il comportamento e il comportamento mantiene il malessere.
Come riconoscere i propri schemi mentali
Il primo passo per interrompere questo meccanismo è osservare le situazioni che precedono un comportamento indesiderato. Un insegnante potrebbe accorgersi, ad esempio, di mangiare in modo eccessivo nei periodi di maggiore carico di lavoro, oppure di ricorrere al fumo dopo un confronto teso con una famiglia. Riconoscere questi collegamenti aiuta a distinguere i pensieri dalle emozioni e dai comportamenti, ricordando che un pensiero negativo non descrive necessariamente la realtà in modo fedele, ma spesso è solo un’interpretazione automatica che si può imparare a modificare. Alcune domande semplici possono aiutare a fare chiarezza:
- Quando e dove compare questo comportamento?
- Con chi mi trovo quando si manifesta?
- Quale bisogno o emozione sto cercando di soddisfare?
- Quale beneficio immediato mi offre?
- Come vorrei comportarmi la prossima volta nella stessa situazione?
Piccoli cambiamenti che aiutano a stare meglio
Anche interventi minimi possono fare la differenza, come eliminare le tentazioni dall’ambiente, sostituire un’abitudine dannosa con un’attività piacevole, fare una passeggiata durante l’intervallo o dedicarsi a un hobby fuori dall’orario di lavoro sono tutte modalità che aiutano a interrompere gli automatismi. Anche immaginare in anticipo una situazione che potrebbe far scattare una vecchia abitudine, provando a visualizzare una risposta diversa, è un esercizio utile per abituare la mente a reagire in modo più sano.
Allenarsi a riconoscere i propri schemi non significa eliminare del tutto i pensieri negativi, che restano parte naturale della mente umana, ma imparare a non farsi guidare da loro. Questa maggiore flessibilità mentale è ciò che permette, anche a chi vive lo stress quotidiano della scuola, di affrontare le difficoltà con più equilibrio.
