Per quasi otto anni una docente di Caloziocorte, in provincia di Lecco, ha svolto un doppio lavoro senza autorizzazione, in quanto titolare di un agriturismo nell’agrigentino, nei pressi della Scala dei Turchi e dalla Valle dei Templi. La Corte dei Conti della Lombardia l’ha condannata a risarcire al MIM 270 mila euro.
Docente condannata a risarcire 270 mila euro per doppio lavoro
Fino al 2024, per quasi otto anni, un’insegnante di una scuola di Caloziocorte ha affiancato alla cattedra la gestione di un agriturismo in provincia di Agrigento. La donna è stata quindi condannata a restituire al Ministero dell’Istruzione e del Merito 270.235,20 euro, vale a dire la somma ricavata dal doppio lavoro senza autorizzazione. Come riportato dal quotidiano Il Giorno, la vicenda è arrivata alla Corte dei Conti dopo una segnalazione e un procedimento disciplinare interno alla scuola, che si è chiuso con una sanzione di 15 giorni di sospensione. Dopodiché, la preside avrebbe inoltrato il fascicolo ai magistrati contabili, con conseguenti accertamenti da parte della Guardia di Finanza.
Le Fiamme Gialle hanno confermato la veridicità delle informazioni. La docente è stata di fatto assunta in servizio l’8 settembre 2016 e ha gestito l’attività parallela fino al 2024. Proprio nel giorno dell’assunzione, la donna aveva conferito una procura generale per l’esercizio dell’impresa, un dettaglio che secondo i giudici potrebbe averla portata in buona fede a non denunciare l’attività . La Corte ha comunque ritenuto opportuno contestare la colpa e non il dolo.
Cattedra VS agriturismo
Il caso della docente è un la classica situazione di doppio lavoro, in cui all’attività di insegnante viene affiancata una ditta individuale legata al settore del turismo o della ristorazione. In questa vicenda specifica, il codice Ateco dell’insegnante rimandava ad alloggi connessi ad aziende agricole. Secondo i giudici, quindi, un’impresa commerciale a tutti gli effetti, incompatibile, oltre che non autorizzata, con il pubblico impiego. Ricordiamo, infatti, che la donna non aveva mai comunicato l’attività né chiesto le autorizzazioni necessarie, pur avendo firmato una dichiarazione di assenza di cause di incompatibilità .