Chi lavora nella scuola, come tutti i lavoratori dipendenti, conosce bene il tema degli stipendi fermi da anni e delle trattenute IRPEF che ogni mese riducono la busta paga. Un nuovo studio dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) offre però una lettura sorprendente, infatti, proprio il sistema fiscale, così spesso criticato da lavoratori e imprese, è stato negli ultimi trent’anni uno degli strumenti che ha limitato il tracollo dei redditi reali e contenuto le disuguaglianze tra chi guadagna di più e chi guadagna di meno. Un dato utile tra gli altri anche per docenti e personale ATA, categorie che vivono da vicino il tema del blocco degli stipendi pubblici e degli effetti delle riforme fiscali sul proprio reddito netto.
Perché gli stipendi italiani sono fermi da decenni
Secondo i calcoli dell’UPB, tra il 1990 e il 2024 gli stipendi lordi italiani si sono ridotti dell’1,6% in termini reali, cioè considerando l’aumento del costo della vita. Un dato negativo che diventa ancora più evidente se confrontato con altri Paesi:
- in Francia e Germania i salari reali sono cresciuti di oltre il 30%;
- in Spagna del 12,9%;
- nel Regno Unito e Stati Uniti hanno registrato aumenti vicini al 50%.
Le cause vanno cercate nella scarsa crescita dell’economia italiana degli ultimi decenni e in una produttività più bassa rispetto ad altri Paesi, legata a fattori come una formazione professionale meno diffusa, aziende piccole e poco competitive a livello internazionale, burocrazia pesante e settori come turismo e costruzioni che offrono spesso contratti precari e condizioni di lavoro gravose.
Un ruolo importante lo ha avuto anche la diffusione del part-time, passato dal 4,1% dei dipendenti nel 1990 il 30,2% nel 2024, spesso non per scelta ma per mancanza di alternative a tempo pieno, soprattutto tra le lavoratrici. Considerando anche questo effetto, il calo reale degli stipendi tra il 1990 e il 2024 arriva al 6,6%, con il 10% dei lavoratori con reddito più basso che ha perso addirittura il 40% del proprio potere d’acquisto.
Come le riforme IRPEF hanno attenuato il calo dei redditi
Il quadro cambia se si guarda agli stipendi netti, cioè quelli che restano dopo le tasse. L’UPB ha analizzato un campione di lavoratori dell’industria, delle costruzioni e dei servizi e tra il 1990 e il 2026 gli stipendi lordi in questi settori sono scesi dell’8,2%, ma quelli netti solo del 4,9%. Significa che le riforme dell’imposta sul reddito delle persone fisiche hanno assorbito parte della perdita.
Negli anni più recenti il numero delle aliquote IRPEF è passato da quattro a tre, con una riduzione di due punti percentuali sulle prime due fasce. Nel 2023 l’aliquota sui redditi fino a 28mila euro è scesa dal 25 al 23%, e nel 2026 quella tra 28mila e 50mila euro è passata dal 35 al 33%. Oltre i 50mila euro si applica il 43%. A queste misure si aggiungono interventi come il cosiddetto bonus Renzi, introdotto nel 2014, e la sua versione successiva confermata dai governi seguenti, seppure in forma più contenuta.
L’effetto sulle disuguaglianze tra i lavoratori
Il sistema fiscale, secondo l’UPB, è diventato negli anni sempre più progressivo. Chi guadagna di più paga, in proporzione, sempre di più. I calcoli mostrano che tra il 1990 e il 2026 lo stipendio degli operai part-time è calato dell’11,7% al lordo delle tasse, ma solo del 3,4% al netto. Al contrario, lo stipendio degli impiegati a tempo pieno nell’industria è cresciuto del 22,8% lordo, ma solo del 15,2% netto.
La soglia di riferimento individuata dallo studio è 35mila euro di reddito lordo annuo, tanto è vero che sotto questa cifra oggi si pagano meno tasse rispetto al 1990, mentre sopra se ne pagano proporzionalmente di più. Un meccanismo che si riflette anche sull’indice di Gini, la misura standard della disuguaglianza, che calcolato sui redditi lordi è salito da 0,33 a 0,4, mentre sui redditi netti l’aumento è stato più contenuto, da 0,3 a 0,33, segno che il fisco ha in parte compensato l’aumento delle disparità .
Cosa significa per chi lavora, scuola compresa
Per chi ha uno stipendio da lavoratore dipendente, compreso chi opera nella scuola, il messaggio dello studio è che le trattenute fiscali, spesso percepite solo come un peso, hanno in realtà agito da ammortizzatore in un contesto di stipendi lordi stagnanti. Non si tratta comunque di una soluzione strutturale, infatti l’UPB sottolinea che si è trattato di interventi utili nell’immediato, ma che non affrontano le cause di fondo della bassa crescita economica italiana, che restano legate a produttività , investimenti e organizzazione del mercato del lavoro.