Tribunale
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Una supplente di matematica di una scuola elementare in provincia di Taranto è stata condannata a 4 anni di reclusione per i maltrattamenti inflitti agli alunni di una seconda elementare. A pronunciarsi è stato il Tribunale di Taranto, che ha riconosciuto violenze fisiche e psicologiche ripetute nel tempo. I fatti risalgono al 2014-2015 e riguardano un’insegnante che oggi ha più di 60 anni. È una storia pesante da leggere, ma per genitori e personale scolastico è utile ricostruire cosa è successo e cosa insegna la vicenda sul modo di accogliere i racconti dei più piccoli.

Supplente condannata a Taranto: cosa è successo in classe

Secondo quanto emerso nel processo, la rabbia dell’insegnante si scaricava all’inizio sul materiale scolastico, che finiva fuori dalla finestra o veniva sotterrato vicino agli alberi attorno alla scuola, poi si passava ai bambini. La supplente usava il nastro adesivo da imballaggio per tappare loro la bocca e per fissarli alla porta dell’aula, oppure legava i più agitati alle sedie con delle corde, per tenerli fermi. A questo si aggiungevano le minacce, cioè che chi avesse raccontato qualcosa sarebbe stato allontanato dai genitori o mandato in carcere. I bambini però hanno parlato, si sono confidati prima con un’altra insegnante della scuola, poi con le famiglie e infine in incidente probatorio, la fase in cui le testimonianze vengono raccolte durante le indagini, davanti al giudice e restano agli atti del processo.

Le conseguenze sui bambini: paura, incubi e terapia

Il clima di terrore in classe ha lasciato segni anche fuori dalla scuola. Alcuni bambini hanno sofferto di incubi notturni e di improvvisi stati di agitazione. Altri hanno sviluppato il timore del contatto fisico, al punto da rifiutare l’avvicinamento perfino dei familiari. C’è poi un dettaglio che colpisce chiunque lavori con i piccoli. Anche a casa, molti si rifiutavano di leggere ad alta voce, per la paura di sbagliare e di provocare nei genitori le stesse reazioni della maestra. Per superare il trauma, alcuni alunni hanno dovuto seguire un percorso terapeutico con uno specialista.

La sentenza del Tribunale di Taranto: pena, interdizione e risarcimenti

Il processo si è svolto con la docente assistita dall’avvocato Valerio Sgarrino e le famiglie costituite parte civile con l’avvocata Viviana Rago. La giudice Federica Furio, nelle motivazioni riportate da Repubblica, parla di un vero e proprio modello relazionale fondato sull’umiliazione dell’alunno e sulla paura usata come strumento ordinario per tenere la classe. Secondo la sentenza, pratiche coercitive e mortificanti ripetute con sistematicità hanno compresso la libertà personale dei bambini e creato in loro una condizione stabile di paura e sofferenza, incompatibile con i doveri educativi di chi insegna.

Per la giudice, i maltrattamenti hanno colpito la dignità dei minori e trasformato la scuola, che dovrebbe essere un luogo di crescita e di sicurezza, in un ambiente segnato da timore e sofferenza psicologica. La pena stabilita è di 4 anni di reclusione, a cui si aggiungono l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni, che esclude la condannata dagli incarichi pubblici per quel periodo, e il pagamento di 5 mila euro a ciascuna famiglia costituita parte civile. Come per ogni sentenza di questo tipo, resta da vedere se ci saranno ulteriori gradi di giudizio.

Se un bambino racconta: cosa possono fare genitori e personale scolastico?

In questa vicenda il primo passo è stato fatto da un’insegnante che ha ascoltato i bambini. Se un alunno racconta di essere stato legato, minacciato o umiliato, la prima cosa da fare è ascoltarlo con calma. Meglio evitare frasi che minimizzano, come “forse hai capito male”, perché i bambini spesso hanno già paura di non essere creduti. Subito dopo, i docenti possono rivolgersi al dirigente scolastico, le famiglie possono parlarne con la scuola e con il pediatra e nei casi più gravi si può arrivare alla segnalazione alle autorità competenti.