Valeria Della Rosa è la fondatrice di Oli help e madre di un bambino con ADHD, autismo e altre differenze del neurosviluppo. Prima di dare vita al progetto ha lavorato oltre vent’anni all’estero nel campo dell’innovazione digitale, un’esperienza che si è poi intrecciata con quella, più personale, vissuta come genitore. Quando suo figlio aveva circa sei anni sono emerse difficoltà sempre più evidenti a scuola, dando avvio a un lungo percorso tra neuropsichiatri, psicologi e centri specialistici.
Il rapporto tra scuola e ADHD: le difficoltà quotidiane
Da questa esperienza con suo figlio è nato Oli help, un compagno digitale pensato per offrire un supporto quotidiano, basato sulle evidenze scientifiche, a genitori, insegnanti e caregiver di bambini con ADHD e altri disturbi del neurosviluppo.
Che cosa ha significato, per lei come madre, affrontare per anni una situazione senza avere risposte chiare e quali sono state le maggiori difficoltà nel rapporto con la scuola?
C’è un episodio che per me rappresenta molto bene quel periodo. Fui chiamata urgentemente dalla scuola di mio figlio e, quando arrivai, lo trovai nel mezzo di una crisi acuta: faceva fatica a parlare e perfino a respirare. La sensazione più forte era l’impotenza. E non ero l’unica a non sapere cosa fare: anche gli adulti presenti a scuola erano in difficoltà, non per mancanza di volontà, ma perché non avevano ricevuto strumenti sufficienti per affrontare una situazione di quel tipo. Quella chiamata non è rimasta un episodio isolato. Negli anni sono cambiati i docenti, sono cambiati i compagni e sono cambiate le scuole, ma purtroppo sono stata chiamata moltissime volte.
A volte sintetizzo il problema con una frase molto semplice: mio figlio riusciva a stare troppo poco a scuola e io venivo chiamata troppo spesso. Non basta chiedersi se un bambino frequenta la scuola: bisogna chiedersi con quale qualità riesca a partecipare alla vita scolastica, quanto riesca ad apprendere, stare con gli altri e sentirsi parte del gruppo.
Non è un problema che riguarda pochi. Circa 1 bambino su 10 pensa, apprende o vive il mondo in modo significativamente diverso, eppure circa 4 adulti su 5 attorno a un bambino neurodivergente non ricevono una formazione o un supporto pratico adeguato. Ho imparato che dietro un comportamento c’è sempre qualcosa da comprendere prima di qualcosa da correggere. Non esiste una bacchetta magica, ma quando intorno a un bambino cresce il numero di adulti che lo comprendono e sanno come sostenerlo, cambia l’equilibrio, e nel tempo può cambiare davvero la traiettoria di quel bambino.
Nel suo racconto emerge un aspetto spesso sottovalutato: mentre si attende una diagnosi, le difficoltà del bambino continuano ogni giorno. Che tipo di supporto potrebbe essere offerto dalla scuola già prima che arrivi una diagnosi?
Una delle cose che mi dà più speranza è sapere quanto sia importante intervenire precocemente. Prima riusciamo a comprendere i bisogni di un bambino e a creare intorno a lui un ambiente che lo sostenga, maggiori sono le possibilità di accompagnarne positivamente lo sviluppo.
La diagnosi di ADHD non è arrivata immediatamente e successivamente ne sono emerse altre, tra cui quella di autismo. Non è affatto insolito: circa 2 bambini su 3 con ADHD presentano anche almeno un’altra condizione, quindi i profili sono spesso complessi. Il processo diagnostico deve naturalmente rimanere di competenza clinica, ma il contributo degli insegnanti è fondamentale: sono spesso tra le persone che possono osservare il bambino più a lungo.
La realtà è che la vita quotidiana si svolge fuori dagli studi medici e non aspetta né la diagnosi né il prossimo intervento clinico. Per gli insegnanti, quindi, la priorità non è diagnosticare, ma imparare a riconoscere e intercettare i bisogni. Un bambino può avere difficoltà con attenzione, memoria di lavoro, autoregolazione emotiva, organizzazione, motivazione, flessibilità, abilità sociali o gestione degli stimoli sensoriali. La domanda per l’insegnante diventa quindi meno “che cosa ha questo bambino?” e più “che cosa posso fare per aiutarlo ad apprendere e stare meglio qui e ora?”. Le diagnosi restano essenziali, ma la loro assenza non può diventare il motivo per rimandare ciò che possiamo già fare per migliorare la partecipazione e il benessere di un bambino.
Quanto pesa ancora il rischio di non riconoscere alcuni comportamenti come possibili segnali di ADHD e quale ruolo possono avere gli insegnanti nell’intercettarli?
Pesa ancora molto, anche perché l’ADHD non coincide semplicemente con l’immagine del bambino che “non sta fermo”. È una condizione del neurosviluppo associata a differenze nel funzionamento di sistemi legati ad attenzione, inibizione, motivazione e autoregolazione, e può presentarsi in modi molto diversi da bambino a bambino.
Nelle bambine l’ADHD può presentarsi più frequentemente con difficoltà meno esteriorizzate, quindi più facilmente sottovalutate o riconosciute più tardi. Un bambino può attirare l’attenzione perché si muove continuamente, mentre una bambina che si distrae o sogna a occhi aperti può passare più facilmente inosservata.
Gli insegnanti non devono diventare neuropsichiatri infantili, ma hanno una posizione di osservazione estremamente preziosa. Intercettare precocemente le difficoltà è importante perché le esperienze ripetute nel tempo contribuiscono a costruire una traiettoria evolutiva. Se un bambino trascorre anni sentendosi dire che è pigro o distratto, il problema può incidere sull’autostima, sulle relazioni e sul modo in cui costruisce l’immagine di sé.
Oli help: il supporto quotidiano per famiglie e insegnanti
Oli help è un compagno digitale che offre un supporto quotidiano, evidence-based a genitori, insegnanti e caregiver di bambini con ADHD e altri disturbi del neurosviluppo.
Da cosa nasce Oli help e in che modo può essere utile anche agli insegnanti?
Oli help nasce proprio per trasformare le evidenze scientifiche in indicazioni pratiche da utilizzare nella vita quotidiana. Non sostituisce il supporto esistente: cerca di estenderlo alla vita di tutti i giorni. È nato per le famiglie, ma parlando con insegnanti ed educatori è emerso lo stesso bisogno anche a scuola. Da qui è nata una versione dedicata ai docenti, sviluppata attraverso un percorso di ascolto e co-progettazione con oltre 180 docenti.
Gli insegnanti trovano nell’app, disponibile su App Store e Google Play, contenuti per comprendere meglio ADHD e neurodiversità, e strumenti per passare dalla teoria alla pratica nella quotidianità della classe: possono approfondire contenuti basati sulle evidenze scientifiche, sperimentare strategie educative attraverso attività guidate, utilizzare materiali stampabili e digitali adattabili al contesto della classe, annotare ciò che ha funzionato e osservare i comportamenti in modo più strutturato.
C’è anche una sezione dedicata ai momenti più complessi, con indicazioni pratiche per affrontare situazioni di crisi con maggiore lucidità, e una funzione che aiuta a interrogarsi su ciò che può esserci dietro un comportamento. Quando gli adulti si sentono più sicuri e supportati, anche le interazioni possono diventare più serene, lo stress diminuire e il bambino trovare intorno a sé un ambiente più coerente.
Nell’app viene utilizzata l’intelligenza artificiale. Quali sono, secondo lei, le potenzialità dell’AI nell’ambito dell’ADHD e quali sono invece i limiti oltre i quali non dovrebbe spingersi?
Credo profondamente nel potenziale trasformativo dell’intelligenza artificiale, ma solo se utilizzata con responsabilità, soprattutto quando si opera nel campo del benessere delle persone. Nel nostro caso l’obiettivo non è sostituire le persone, ma rendere un supporto basato sulle evidenze scientifiche più accessibile, tempestivo e personalizzato.
Con il consenso esplicito dei genitori, possiamo utilizzare le informazioni che scelgono di condividere sul profilo del bambino, sul contesto e sui feedback alle strategie proposte, personalizzando progressivamente il supporto offerto. Un aspetto per noi fondamentale è separare la generazione del linguaggio dalla logica con cui viene selezionato il supporto: l’AI generativa aiuta a formulare una risposta in modo naturale e accessibile, ma non lasciamo alla libera generazione del modello la scelta delle strategie da proporre. Il sistema si basa su contenuti evidence-based revisionati da professionisti del team. Oli help non è un dispositivo medico e non vuole in alcun modo sostituire il percorso clinico.
Formazione e futuro: come cambiare la scuola italiana
La formazione diventa fondamentale per gestire bambini e ragazzi con ADHD, autismo e altre differenze del neurosviluppo.
Quanto è importante lavorare sulla formazione degli adulti (genitori, docenti e personale scolastico) per evitare che un bambino con ADHD venga semplicemente percepito come “indisciplinato” o “problematico”?
La psicoeducazione, cioè aiutare il bambino e gli adulti che lo accompagnano a comprendere meglio come funziona una condizione, è uno degli interventi fondamentali nell’ADHD. Conoscere cambia il modo in cui interpretiamo ciò che vediamo, e il modo in cui interpretiamo un comportamento cambia il modo in cui rispondiamo.
Un bambino che sembra non ascoltare può essere percepito come maleducato. Ma se sappiamo che può avere difficoltà a mantenere l’attenzione, possiamo modificare la comunicazione: attirare prima la sua attenzione, semplificare la richiesta o dare un’istruzione alla volta. Un bambino che non inizia un compito può sembrare svogliato: se comprendiamo che può esserci una difficoltà di attivazione o pianificazione, possiamo aiutarlo a individuare il primo passo. Non significa giustificare ogni comportamento né abbassare le aspettative, ma scegliere una risposta che abbia maggiori probabilità di aiutare il bambino a sviluppare la competenza che ancora gli manca.
Guardando al futuro, che cosa dovrebbe cambiare nella scuola italiana per rendere più efficace l’inclusione degli alunni con ADHD?
Credo che il tema vada oltre l’ADHD. Oggi sappiamo molto di più sul cervello e sulla variabilità dell’apprendimento. Lo studente medio, in realtà, non esiste: nella stessa classe ci sono bambini che apprendono, ricordano, si motivano e si regolano in modi molto diversi. La formazione degli insegnanti è fondamentale, ed è solo il primo passo: occorre poi aggiornare progressivamente anche il modo di insegnare alla luce di quello che oggi sappiamo sull’apprendimento.
Sappiamo che per molti bambini con ADHD stare seduti per periodi molto lunghi può essere particolarmente difficile, per questo nei PDP o nei PEI vengono spesso previste delle pause. Ma perché pensare al movimento soltanto come a un adattamento individuale? Integrare maggiormente movimento e pause nella giornata può sostenere attenzione, partecipazione e benessere di molti bambini. Lo stesso vale per le mappe concettuali, così importanti per molti alunni con DSA: il loro valore non sta soltanto nell’averle davanti durante una verifica, ma anche nell’imparare a costruirle. In questa prospettiva, l’inclusione smette di essere qualcosa che si aggiunge dopo, quando arriva una diagnosi, e diventa il modo in cui si progetta la scuola fin dall’inizio.